Storia - San Pietro

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Storia


Un po’ di Storia


Non si conosce un documento storico che attesti con certezza quando e da chi sia stata costruita la chiesa di San Pietro in Silki in Sassari. Alcuni storici suppongono che la chiesa, preesistendo al monastero delle Benedettine, fosse la cappella regia. Storicamente è sicuro che i Giudici di Torres, per motivi di sicurezza, avevano, come seconda dimora, il castello di Ardara, oltre la sede naturale di Torres. In regione San Pietro, a Sassari, avevano un palazzo, ancora esistente, chiamato tuttora "Lu regnu". Era un’abitazione di villeggiatura annessa al Giudicato, e la chiesa di San Pietro era la cappella regia, officiata dai sacerdoti che vengono nominati nel Condàghe, un prezioso registro in lingua sarda, dove venivano registrati gli atti amministrativi relativi al patrimonio della Chiesa.
Intorno agli anni 1112 la pia regina, madre di Mariano I°, Giudice di Torres, fondò, adiacente alla chiesa, un monastero per le monache Benedettine. Leggendo il n. 40 del Condàghe si apprende che, vivendo ancora Barisone I° (+ 1064), si stava costruendo intorno alla chiesa un monastero; mentre dalla lettura del n. 72 dello stesso Condàghe appare che il monastero era effettivamente abitato dalle monache, di cui viene citata l’abbadessa Teodora, e già regnava il Giudice Mariano.

Facciata

Nel 1671 Antonio Mereu, cittadino cagliaritano, lasciò con testamento la somma per completare la facciata della chiesa, il coro e la cantoria. Il nuovo prospetto della chiesa è costituito da un vasto atrio antistante la facciata primitiva e voltato a padiglione, e di un coro della medesima ampiezza che si affaccia alla navata mediante un arcone a sesto ribassato di ispirazione ancora gotico-catalana. La facciata è divisa in due ordini, di cui il primo d’altezza doppia rispetto al secondo, da una severa cornice a guscio, ed è segnata verticalmente da quattro paraste che proseguono oltre la cornice marcapiano, sino al coronamento, generando dall’incontro di orizzontali e verticali, sei specchiature. Il primo ordine porta nel riquadro centrale, più ampio, l’arcata d’ingresso impostata su piedritti, alla quale corrispondono nei campi laterali due altre cieche. Il secondo ordine è aperto in tre finestre, che danno sulla cantoria. Le due esterne timpanate, quella centrale rettangolare e alta quanto l’intera specchiatura. Le cornici inclinate e orizzontali dei due frontespizi sono sottolineate da dentelli, mentre gli stipiti di tutte e tre le luci sono segnati da un motivo d’estrazione classica a perle ed astragali. Sotto la finestra centrale si nota uno stemma gentilizio: un albero sul quale si posa un’aquila con le ali aperte, e sul cui trono è un leone rampante. E’ l’arma di diverse famiglie notabili di Sassari. Conclude la facciata un frontone semicircolare, ornato anch’esso di dentelli lungo la cornice della centina e in quella risaltata di base e affiancato da acroteri rinascimentali a vaso.



Atrio

Nel 1904, oltre ai lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, nell’atrio fu rifatto l’impianto di cemento e la protezione con tre cancelli di ferro, sormontati dallo stemma francescano. I due blocchi della "colonna del miracolo" sono stati tolti dal piazzale e riposti nell’atrio: vi rimasero sino al 1948, quando il piazzale fu sistemato definitivamente. I due blocchi furono ricollegati con un robusto raccordo di ferro, che consentì di rimettere la colonna al posto del ritrovamento. La colonna di trachite rossa che l’aveva sostituita è stata collocata nel piazzale di Sant’Agostino.  Nelle pareti dell’atrio sono state collocate verticalmente quattro lapidi tombali, che nella loro posizione storica nel pavimento della chiesa rischiavano un progressivo degrado per il calpestio dei fedeli.

Porta

Una bella porta lignea, intagliata, dà accesso alla chiesa: è datata 1721, e ricorda il nome del Guardiano, padre Antonio Sassu, un religioso omonimo del Ministro Provinciale che nel 1836 ottenne il privilegio dell’indulgenza plenaria per i fedeli che visitano la Chiesa. Entrambi erano nativi di Ittiri.
Nei pannelli superiori si può leggere la scritta in latino della datazione:

Hoc opus fieri fecit
Anno Domini 1721
Antonius Sassu


Il portale è costituito da otto riquadri: due ottagoni per parte, superiormente, e contengono una rosetta; inferiormente due losanghe modanate per parte, con al centro un tondo lavorato al tornio. L’intaglio rimanda al portale ligneo del Duomo, collocato nel 1720 e probabilmente opera della medesima bottega artigianale. Il portone è stato restaurato dalla Ditta Dario Carnicelli di L’Aquila, con il finanziamento generoso del Rotary Club Distretto di Sassari, annata rotariana del 1993.


Cantoria

Al di sopra, in corrispondenza del grande atrio d’ingresso, vi è la cantoria con la sede degli stalli (sedili) lignei recentemente restaurati. Caratteristico il "badalone" o leggio tricuspidale per la recita corale dell’Ufficio divino, dove il corista esponeva il salterio, l’antifonario ed il lezionario e faceva roteare il lato destinato ai diversi momenti della recita dell’Ufficio.
L’organo antico – diverse volte rimaneggiato – è stato recentemente collocato in chiesa a vista dei fedeli. Di molto pregio la cassa armonica con un frontespizio settecentesco firmato. Per la sua altezza, dopo il rifacimento rialzato del pavimento del coro, non era possibile lasciarlo nel sito originale. Anche per esigenze artistiche, nel 1965 si pensò ad un nuovo organo a canne con due manuali e pedaliera regolamentare che consentisse l’esecuzione del vasto repertorio musicale organistico.



Navata Centrale

Sorto in età romanica, S.Pietro in Silki è tra le più antiche architetture religiose dell’ex-Giudicato di Torres. L’edificio romanico aveva la stessa ampiezza della navata attuale, e, coincidendo il muro di facciata (come farebbe credere il portale architravato con mensole a goccia d’acqua), era concluso nel lato opposto da un’abside semicircolare, impostata sulla linea della parte di fondo dell’odierno presbiterio.
Il paramento murario, a conci squadrati di varia pezzatura, riportato alla luce nei recenti restauri (1960), conserva nelle pareti laterali, accanto alla tribuna, due monofore a doppio sguancio, interrotto da un listello che ne riduce sensibilmente la luce e centina sottolineata nell’estradosso da un toro sottile. Disposte simmetricamente, esse sono, con il campanile e alcuni elementi di archeggiatura sul fianco orientale, i soli dati cui basare l’analisi stilistica.
Il principale artefice referente di Silki è il Maestro di Ardara. L’esame formale consente di situare, con buona approssimazione, i resti romanici di S.Pietro nel primo ventennio del XII° secolo.
Intorno al 1672 si sostituiva la vecchia copertura in legname con una volta a botte lunettata, impostata su un’alta cornice modanata classicamente, percorsa da dentelli.
Il grosso complesso attuale della chiesa è stato costruito in tale periodo. Sul lato sinistro di chi entra vi erano quattro cappelle di forma e di epoca diverse, mentre sul lato destro la parete è piena. I recenti restauri, entro il 1960, hanno messo in evidenza la muratura originaria a cui, nel decorso dei secoli, era stato sovrapposto l’intonaco. Vi erano due altari barocchi in stucco: uno, prima del pulpito, con una bellissima statua lignea di S.Raffaele arcangelo del ‘700; un secondo altare, dopo il pulpito, era dedicato a S.Rosa da Viterbo. Di fronte all’altare di S.Rosa vi era un terzo altare in stucco dedicato a S.Antonio da Padova.
Un’architrave con due colonne, di scarso rilievo artistico, segna la porta secondaria, ampliata in modo audace e senza criterio quando il Convento (1867) venne adibito a Casa di Riposo per anziani. A fianco della colonna, a destra di chi esce dalla chiesa per la porta laterale, vi è una delicata scultura rinascimentale: la tazza per l’acqua benedetta (acquasantiera). Nella parte in alto è scolpita una formella con il monogramma di S.Bernardino da Siena per il nome di Gesù  JHS (Jesus Hominum Salvator).
Sopra l’architrave il 30 aprile 1711 venne collocata la tribuna lignea dipinta, posta in alto per consentire ai frati infermi di assistere alle funzioni sacre. Autore dell’opera è "mastro Antonio De Querqui", un artigiano qualificato, nei documenti del tempo, come "carpintero ed escultor". Di lui si fa menzione nel registro degli inscritti alla Confraternita di Nostra Signora degli Angeli, che radunava muratori e falegnami, per aver partecipato il 2 settembre 1672 alla riunione di rendiconto.
La tribuna, smembrata nei lavori del 1960, e restaurata dalla Ditta Marinozzi di Macerata nel 1984, consta di nove pannelli quadrangolari di legno dipinto: cinque per il fronte: la Madonna, S.Francesco, I Martiri Turritani, S.Michele arcangelo, S.Raffaele arcangelo; e due per ogni lato, delimitati da una cornice con ornati classicistici e vegetali (S.Chiara – S.Pietro d’Alcantara – a destra; due vasi di fiori nel pannello a sinistra incassato nel muro della cantoria).
Esaminando più in dettaglio l’interno della chiesa, si vede che la grande volta a botte è strutturalmente uniforme dall’arco trionfale del presbiterio al muro di facciata.
La sua "imposta " è contrassegnata da una cornice semplice sull’ambito della cantoria e in corrispondenza dell’arcata a tutto sesto che separa la cantoria stessa dal resto della navata.
Nell’ambito della grande navata, la cornice d’imposta della volta assume altra espressione rispetto a quella della cantoria: più grande, con più modanature, decorazioni a dentelli e un sottostante tondino che crea fregio.

L’arco trionfale, a tutto sesto, e la retrostante volta sino al muro di fondo, hanno per imposta una cornice che riprende, con profilo quasi eguale, quella compresa tra presbiterio e cantoria, ma si completa degli altri elementi di trabeazione, con fregio e triglifi alternati a "metrope" decorate con formelle rotonde intagliate. Inoltre i piedritti dell’arco formano pilastri con capitelli e vasi, decorati con ornati a rilievo piatto. Il tutto sembra di fattura settecentesca, come settecentesco è tutto l’ambiente presbiteriale dove, sul fondo trionfa il bellissimo altare ligneo, dorato e intagliato. L’area presbiteriale è ristretta con l’ingrossamento verso l’interno dei muri laterali.



Pulpito

Un pulpito ligneo, intagliato, dorato e policromato (oro su verde), con cielo in stile barocco di ottima fattura, ha sostituito l’originario pulpito in pietra di cui è rimasta solo la traccia nella parete restaurata. Il basamento con dato ornato, nel pannello anteriore, da un mascherone; il fusto ornato da una conchiglia e da un ovato. Sul fusto poggia il pulpito propriamente detto, con un parapetto ornato di pilastrini sormontati dai classici simboli biblici dei quattro evangelisti: Matteo, il sacertote: Marco, il leone; Luca, il toro sacrificale; Giovanni, l’aquila. Al centro v’è lo stemma francescano: le due braccia che stringono la croce, nei campi intermedi diversi partiti decorativi. Baldacchino con cornice a sagoma mistilinea, ornato nel cielo da un’aquila intagliata e dorata, campeggiante su un ovato raggiato e dorato. Cornice con fiocchi e festoni.
Opera di bottega sassarese: intagliatori locali. Infisso nella parte destra della navata. Ubicazione originaria. Altezza complessiva: circa m. 5. Da raggruppare con gli analoghi pulpiti delle chiese sassaresi di S.Maria e Sant’Antonio Abate.



Altare Maggiore

 
Il grande “retablo” dell’altare maggiore venne costruito con i contributi dei sassaresi raccolti dal “limosinero” Calvia, e fu terminato nel 1755, come appare dalla relazione dell’inventario del convento redatto dal Guardiano fra Leone Cocco. L’opera è di intagliatori locali. Essa è addossata alla parete di fondo del presbiterio: l’ubicazione è originaria, e l’opera è stata eseguita sul posto. Ha una larghezza di m. 6,50 ed un’ altezza di m. 12 circa.
 
L’altare maggiore è diviso in due ordini da colonne corinzie scanalate su plinto; l’inferiore poggia su basamento con al centro il paliotto dorato. Le quattro nicchie laterali presentano uguale decorazione; si differenziano quelle centrali per la maggiore ornamentazione; la superiore più ampia delle laterali e dell’inferiore, visibilmente rimaneggiata alla fine del XVIII° secolo, come attestano i putti di fattura differente rispetto alle erme e alle testine angeliche che ornano il “retablo”, inseriti tra volute di gusto “recaille”.
 
Nell ‘inventario del 7 dicembre 1764 il “retablo” appare completo di statue, nelle tre nicchie inferiori. La prima a sinistra è S.Francesco. La statua, di buona fattura, è stata collocata nel “retablo” dell’altare maggiore nel 1755 appena concluso. Il Santo, col braccio sinistro levato innalza il Crocifisso che indica con la destra. La statua ha una leggera torsione, evidenziata anche dalla flessione della gamba sinistra e dall’avanzamento del piede.
 
Al centro del “retablo”, sempre nella parte inferiore, vi era un S.Giovanni Battista, tranne che nei mesi di maggio e settembre nei quali la nicchia centrale ospitava il Simulacro della Vergine delle Grazie. La nicchia era più in basso, come si può rilevare dalle trasformazione sul legno e dalla disposizione dei fregi ornamentali. Non si hanno tracce della statua di S.Giovanni. nel riquadro centrale del paliotto vi è ritratto S.Giovanni Battista in un fregio minuscolo, ed una raffigurazione del Santo è anche nel grande quadro laterale, alla destra di S.Pietro.
 
A destra la nicchia ospitava la statua di S.Pietro d’Alcantara, sostituita in seguito con quella di S.Chiara (per adattamento di una statua di S.Rosa da Viterbo, eseguita dietro ordinazione di Baquis Figo, prefetto della Sagrestia, ossia il benefattore che curava i beni della chiesa), che tiene l’Ostensorio del Santissimo (proveniente da un tabernacolo ligneo dell’Ottocento).
 
A sinistra delle nicchie superiori vi è S.Bernardino da Siena, ispiratore del movimento di ritorno all’ ”Osservanza” della Regola francescana, di cui sono seguaci i Frati Minori di S.Pietro a Sassari. Il Santo leva con la sinistra uno stendardo ove è dipinto il monogramma del nome di Gesù (JHS = Jesus Hominum Savator) che lo indica ai fedeli con la mano destra. Ai piedi della statua vi è una mitria vescovile, simbolo della promozione proposta, a cui il Santo rinunciò. La raffigurazione, dal contrapposto rudimentale, si mostra di fattura modesta e con evidenti sproporzioni anatomiche.
 
Al centro la nicchia è riservata a S.Pietro Apostolo. La statua dorata risale al 1755; è stata donata da don Vincent Amat, un nobiluomo sassarese che fungeva da Sindaco apostolico del convento. (il sindaco apostolico del convento era persona autorevole e di fiducia dei religiosi, che aveva il compito di amministrare le offerte ed i beni necessari alla vita dei religiosi i quali, avendo fatto voto di povertà, non potevano maneggiare o amministrare denari). Il Santo, titolare della Chiesa fin dalla fondazione remota del periodo bizantino, è rappresentato con la tiara e le vesti dorate, regge con la sinistra il libro delle epistole, e ha la destra in atto di benedire. La figura è caratterizzata da una finezza fisionomica, ma anche da una certa approssimazione nella resa anatomica.
 
A destra è S.Giacomo della Marca, un santo francescano, compagno di S.Bernardino da Siena, nato nelle Marche ne 1393 e morto a Napoli nel 1474. Da un documento d’archivio risulta che è stato a Sassari nel maggio 1472 e ne è ripartito il 6 giugno dello stesso anno; la notizia spiega la presenza del beato Bernardino da Feltre. Questi era uno studente in giurisprudenza all’Università di Padova e si chiamava Martino Tomitani, nato a Feltre. Giacomo della Marca, ex-magistrato e poi predicatore famoso, incontra il giovane a Padova: durante la sua predicazione lo convince ad interrompere gli studi e divenire fra Bernardino da Feltre, in memoria del Santo di Siena, morto e santificato in quel periodo. La tradizionale iconografia di S.Giacomo raffigura il Santo col  calice nella destra ed il libro nella mano sinistra, per ricordare le sue dispute con gli eretici seguaci di Giovanni Huss che negavano la transustanziazione nell’Eucaristia. Per verificare se il vino consacrato diventava sangue di Cristo gli avversari del Santo misero il veleno nel calice prima della Messa. Il Santo, estraendone un serpentello (simbolo del veleno) convinse i suoi detrattori sulla verità predicata dalla Chiesa.
 
Nel “fastigio” del “retablo” vi è un quadro dell’Immacolata, ordinato a sue spese dal signor Gaspar Riva. La Madonna è raffigurata tra due santi francescani. A sinistra di chi guarda è S.Bonaventura, che ha davanti a sé  un cartiglio dove è scritta la sua preghiera preferita: “Domina mea, Mater mea” (Mia Signora, Madre mia); a destra il beato Giovanni Duns Scoto, che si appresta a recarsi alla famosa disputa teologica sull’Immacolato Concepimento, Egli sarebbe stato solito salutare la statua della Madonna posta nelle portinerie dei Conventi col saluto “Dignare me laudare Te” (concedimi di lodarTi degnamente).
 
Il festigio  del “retablo” è sormontato dall’aquila bicipite, motivo presente nella sommità dei “retabli Sassaresi”. Il motivo è di lontana origine bizantina, ed è l’insegna adottata da Carlo V.
 
Il tabernacolo originario è stato sostituito intorno al 1927/30 con un altro tabernacolo di fattura moderna, su disegno del pittore Mario Delitala.
 
La nicchia centrale del retablo è occupata dal:
 
Simulacro della Madonna
 
il fatto clamoroso che rende celebre la Chiesa di S.Pietro è stato il “ritrovamento” del Simulacro della Madonnina delle Grazie, avvenuto nel settembre 1472. La narrazione scritta più antica che si conserva è del P.Dimas Serpi, nella sua opera “Chronica de los sanctos de Cerdena” edita a Barcellona nel 1600.
 
Per l’insufficiente capienza della Chiesa ad accogliere la folla convenuta per la predicazione del beato Bernardino, fu eretto nella facciata dalla Chiesa un pulpito. Durante la predica la “colonna del miracolo” sarebbe crollata travolgendo una mamma col bambino. Lo spavento e la confusione cessò quando il beato, rassicurata la folla perché non era accaduto alcun male alla donna travolta dalla colonna, ordinò di scavare nel basamento della colonna, dove, protetto da una campana, fu “ritrovato” il Simulacro della Madonna, denominata subito “della Grazia”. La campana fu rifusa nel 1698.
 
Il Simulacro è una statua in ceramica alta circa cm. 50. Raffigura la Vergine col Bambino sul braccio destro (detta perciò “dexiocratousa”) anziché su quello sinistro (“aristocratousa). Il Simulacro si presenta piatto posteriormente, poggia su un basso piedistallo poligonale decorato con un motivo di treccia. La Vergine ha il capo leggermente piegato a sinistra, il volto ovale, la fronte alta, il naso sottile, la bocca piccola e gli occhi grandi, leggermente allungati, il collo esile ornato da una doppia collana con una greca trifogliata, e una corona bassa e larga che raccoglie una massa ampia di capelli sciolti sulle spalle.
 
Il Simulacro, la cui origine è sconosciuta, ha subito – dicono i documenti – “gravi iatture”. Il restauro è stato discutibile per l’intraprendenza di “riprese” dei colori. Una evidente “iattura” o frattura che non è stata eliminata riguarda il collo del Bambino (che è scomparso). Questi poggia la testa ricciuta sulla spalla della madre, tiene aperto ra le mani un minuscolo libro del Vangelo. Le mani della Vergine sono accostate, a reggere la gamba del Bambino, la destra; la sinistra sul grembo. La sinistra del Bambino tiene aperto il libro, la destra punta col ditino le parole incise nella pagina. Seconda la narrazione logica, il Bambino indica e fissa con lo sguardo le parole ispirate. Maria “presenta” il Filium Dei quasi a ripetere ai suoi fedeli: “fate quel che vi dirà”.



Quadri dell’Altare Maggiore

 
Nell’inventario della chiesa redatto nel 1742 è ricordato il grande quadro che raffigura San Pietro Apostolo, collocato nella parete – a destra di chi guarda -, ed è stato fatto eseguire diversi anni prima da don Pedro Moros y Molinos, figlio di don Joanne Moros.
 
Nel quadro, in basso a destra, un’iscrizione dice: “Pedro de Molinos hujus capillae Patronus suis spensis fect hoc opus”. La tela mostra S.Pietro in trono rivestito delle vesti pontificali, piviale e tiara, nell’atto di benedire con la destra in segno di approvazione e con le chiavi nella mano sinistra. Ai due lati sono raffigurati San Francesco e San Giovanni Battista; in alto, nelle nuvole separate da cortine sollevate da due angeli in volo, è raffigurato il Padre Eterno e Gesù Cristo, affiancati da tre Santi per parte, e incoronano Maria Santissima Regina del Cielo. Ai piedi di S.Pietro è riprodotto lo stemma gentilizio dei Moros y Molinos, come si può vedere più chiaramente nella lastra sepolcrale (attualmente nell’atrio della chiesa), in mezzo alle due figure dei SS. Cosma e Damiano.
 
Gli storici dell’arte attribuiscono l’opera al pittore Pantaleo Calvo, un artista genovese che operava in Sardegna negli anni 1631 – 1644. In altri luoghi, come Alghero, si conservano altri suoi quadri. Forse era l’unico pittore attivo in quegli anni e viene descritto dai critici d’arte in possesso di “discreto mestiere, disegno corretto e garbato colorismo, secondo modi consoni alla scuola genovese”.
 
L’artista ha rappresentato S. Francesco ai piedi del Papa in atteggiamento di chiedere l’approvazione della Regola – forma di vita penitenziale dei suoi figli spirituali – che nell’austerità della vita, raffigurata dalla persona severa di S. Giovanni Battista, conduce alla gloria della incoronazione di Maria tra gli Angeli ed i Santi.
 
Come dicevamo sopra, la lastra tombale posta nel pavimento, proprio vicino al quadro, fu tolta dalla posizione naturale e collocata verticalmente nell’atrio della chiesa per evitare che il calpestio dei fedeli aumentasse il degrado della bellissima scultura che raffigura lo stemma gentilizio: due teste di moro unite, una mola di mulino, una campana ed i pali di Aragona.
 
Non abbiamo finora ritrovato alcuna documentazione che attesti l’appartenenza o meno alla capella dei Moros y Molinos della grande tela raffigurante S. Antonio di Padova, posta nella parete sinistra dell’altare maggiore. Il Santo, raffigurato nella parte centrale, è attorniato da otto scomparti che raffigurano episodi  e miracoli della vita del Santo di Padova. I critici d’arte ipotizzano che l’opera sia di Baccio Gorini per lo schema della composizione e la tipologia della figura del Santo. I quadri del contorno dovrebbero essere di altra mano, meno esperta, per la modestia dell’esecuzione. È di notevole pregio la cornice del quadro.
 

Cappella di San Salvatore da Horta

 
La cappella di S. Salvatore è allungata e conclusa da un’esdra semicircolare. Il “retablo” settecentesco, nell’inventario del 1742, non risulta ancora; al suo posto, è elencato un altro “retablo” piccolo composto da una nicchia con grata di ferro dentro la quale era un’altra statua lignea di S. Salvatore diversa dall’attuale.
 
L’arrivo di questa insigne reliquia ha determinato il cambio di dedicazione dell’altare che prima si intitolava a S. Diego d’Alcalà (1400 – 1463), il primo religioso francescano non sacerdote, canonizzato da Sisto V nel 1588.
 
L’altare ligneo intagliato, dorato, e policromato (oro su rosso), del 1764 ha un basamento con due ordini di pannello ornati di intagli diversi. Sul basamento si eleva un ordine diviso in tre scomparti da quattro colonne a terzo inferiore cilindrico e festonato e due terzi superiori scannellati; nei tre scomparti sono aperte tre nicchie, trabeazione riccamente ornata; su di essa una edicola, tra due volute, con una nicchia dal catino a conchiglia.
 
Opera di intagliatori locali del secolo XVIII.
 
Ubicazione originaria. Larghezza m. 5,30 – Altezza m. 6.
 
Nell’edicola del “retablo” settecentesco è attualmente collocata la statua della Madonna del fico, che già in antecedenza occupava la nicchia inferiore del “retablo” ligneo posto nella cappella della Madonna delle Grazie.
 
È una statua lignea dorata, alta cm. 110, di origine catalana, ascritta ad autore ignoto del sec. XV. Raffigura la Vergine incoronata col Bambino sul braccio sinistro e un fico fra le dita della mano destra levata. La solida struttura corporea della Vergine non è nascosta dalle pieghe della veste e del mantello e l’avanzamento della gamba destra, dalla quale sporge la punta del piede di sotto al lembo inferiore della tunica rialzato e bilanciato dall’arretramento della spalla sinistra e dalla lieve torsione del busto. Il mantello, piegato in forma circolare attorno al braccio destro, forma delle pieghe a V sul fianco sinistro ed ha una caduta verticale ai lati, secondo la tipologia propria della statuaria catalana del XV secolo inoltrato.
 
Il Bambino, caratterizzato come la madre da una salda robustezza e vestito da una corta tunica che lascia scoperte le gambe tornite e leggermente divaricate, tiene per le mani una colomba, simbolo dello Spirito Santo che assieme al fico simboleggia la nascita verginale di Gesù. Lo Spirito Santo adombra la Vergine Maria che genera Gesù, Figlio di Dio, il “dolce Frutto” della Grazia. Il linguaggio e le figure bibliche simboliche sono temi frequenti tra gli artisti catalani.
 
Nella cappella di S. Salvatore, nel 1938, anno della canonizzazione del Santo, è stata collocata una balaustra per separare l’altare dai fedeli. Sono due banchi a genuflesso rio, intagliati artisticamente con diversi archetti dall’intagliatore Michelino Mura di Sassari. L’opera, eseguita su disegno del pittore Mario Delitala, è su legno di ciliegio; ha due scritte sotto il piano d’appoggio; “AB HORTA LUX EST ORTA” (da Horta è sorta una luce): Horta è la patria adottiva di S. Salvatore.
 
Il Santo è nato nel 1520 in Spagna, a S. Coloma de Farnès, una piccola città vicino a Gerona. Divenuto frate francescano, ha ricevuto l’appellativo da Horta per la sua permanenza prolungata in quel convento. Essendo la Provincia francescana sarda collegata col gruppo delle provincie francescane “ultramontane” (al di là delle Alpi), per uel processo i “spagnolizzazione” che la situazione politica imponeva, molti religiosi spagnoli venivano inviati in Sardegna. Nel 1565 un gruppo di 20 Frati guidati dal P. Vincenzo Ferrèr fu inviato in Sardegna. Fra questi vi era Fra’ Salvatore da Horta, destinato al Convento di Gesù e Maria in Cagliari. Dopo diciotto mesi di permanenza, colpito da malaria – si ipotizza – morì il 18 marzo 1567 a 47 anni di età. La fama della sua santità si sviluppo in modo eccezionale dopo la sua morte. Il corpo, mentre a distanza di tempo si seppelliva nel convento un altro religioso, fu trovato incorrotto, per cui fu collocato in chiesa in una cappella. Disposizioni precise ed energiche furono emanate per evitare il prelievo di reliquie (un’usanza discutibile del tempo) la tomba era protetta da una robusta grata di ferro con tre serrature: una del Superiore, una del Sindaco di Cagliari ed una del Provinciale che risiedeva a Sassari nel convento di S.Pietro.
 
Nel frattempo Fra’ Giovanni d’Aranda, compagno in vita di S. Salvatore e sacrista della Chiesa di Gesù e Maria, fu trasferito da Cagliari a Sassari al convento di S.Pietro. il Religioso, in un momento di emozione per la separazione dal Santo Confratello, col quale era vissuto in dimestichezza, con gesto audace ed intemperante osò asportare il Cuore del Santo, e, giunto a Sassari, sua nuova residenza, lo consegnò al Superiore che lo rinchiuse nell’attuale teca di cristallo sigillata da una lastrina d’argento e sospeso a due catenelle.
 
Recenti ricerche nella sala manoscritti presso l’Università di Sassari hanno accertato che nel1640 il padre Pietro Martis, guardiano del convento, ha provveduto la guarnizione del “corazon del B.Salvador con tres cadenillas de oro que la sustentan”. La grata di ferro con serrature, a protezione della statua di S. Salvatore con due reliquie, faceva parte dell’antico “ratablo” ligneo che fu sostituito con l’attuale, dopo il 1765.
 
Il padre Ilario Orrù, Ministro provinciale dei Frati Minori, si rivolse all’Arcivescovo di Sassari, Mons. Cleto Cassani, perché volesse con documento autentico autorizzare l’esposizione della preziosa Reliquia. Nel 1931 furono apportati alcuni ritocchi all’altare con la costruzione d’un tabernacolo-espositore, disegnato nello stile dell’altare dal prof. Mario Delitala. Il 10 aprile 1932 fu preparato il prezioso reliquiario in argento, eseguito a Milano dietro interessamento di Mons. Arcangelo Mazzotti, ed ivi fu racchiusa la teca in cristallo contenente la reliquia del cuore, come tuttora possono vedere i fedeli nella Cappella.


 

Cappella di San Pasquale

 
È la terza cappella a sinistra della navata. Le mensole rinascimentali delle nervature della crociera consentono di datare allo scadere del XVI secolo i lavori di uniformità al nuovo gusto classicista, scalpellinando in parte le modanature gotiche dell’arco d’ingresso a sesto acuto.
 
È andato distrutto il retablo ligneo con tre nicchie della Cappella, che risultavano non ancora dorato ma completo di frontale nell’inventario del 1742, e dorato in quello del 1749.
 
Alla prima data, l’altare conteneva la statua di S. Pasquale con l’angelo, quella di S. Francesco e quella di S. Diego, che si dice sia stata rinnovata nel 1742 (segno che le altre due risalgono ad un periodo anteriore).
 
La statua di S. Pasquale (attualmente nell’altare di San Salvatore dopo il trasloco dell’organo antico) appare di buona fattura, rilevabile soprattutto nell’angelo che poggia su una nuvola e regge con le mani levate l’ostensorio. Potrebbe essere opera d’importazione.
 
Una statua di S. Diego è conservata nel piccolo museo accanto al coro. Dello stesso Santo esiste un quadro di notevole pregio, conservato anch’esso nel museo, e che fino al 1960 era esposto nella parete della cappella di S. Salvatore dove originariamente era l’altare di S. Diego, il primo santo francescano canonizzato e non sacerdote.

Organo Antico

 
L’ubicazione originaria dell’organo era sempre nella cantoria situata sopra l’atrio della chiesa dove i religiosi, quando abitavano il loro convento, accedevano al coro per la liturgia delle ore e gli atti di vita comune. Quando, nel 1964, sono stati fatti i lavori di restauro e rafforzamento della volta dell’atrio, è stato rialzato il piano di calpestìo, per cui la cassa dell’organo costruita sul posto non si poteva più rimettere senza recare danno ai fregi che ne concludono l’altezza. Nel frattempo, per le modeste possibilità dello strumento, si pensò alla costruzione di un organo moderno con due manuali e pedaliera regolamentare, affidando l’incarico alla Ditta Tamburini di Crema.
 
L’organo antico non fu abbandonato, anche se spostato dalla ubicazione originaria. In tempi abbastanza recenti si pensò ad un necessario restauro sia dello strumento sia della cassa che presentava pregevoli lavori artigianali con fregi firmati da Paolo Falchi. La soprintendenza ad BB.AA. e culturali suggerì la cappella di San Pasquale. Il restauro fu curato dalla Ditta Bevilacqua, mentre la cassa armonica fu affidata alla Ditta Dario Carnicelli. Diversi disguidi tra i due restauratori hanno spinto i Religiosi ad invitare per la conclusione dei lavori la Ditta Giuseppe Palmas di Segariu, eredi degli artigiani sardi Frat.lli Piras di Pimentel.


 

Cappella del Crocifisso

 
I lavori di ristrutturazione eseguiti nella seconda metà del sec. XVII rivelano la seconda cappella, o del Crocifisso, in cui la precedente arcata d’accesso dall’ampio sesto acuto era trasformata in altra a tutto sesto su piedritti con capitelli dorici, e la volta a crociera costolonata era sostituita da una a botte priva di elementi ornamentali.
 
L’inventario del Convento del 1742 ne descrive gli arredi: l’altare di stuco con una nicchia, nel quale è il Crocifisso grande, una statua di S.Narciso e un Crocifisso piccolo in legno.
 
Il Crocifisso grande mostra, nella tipologia, il superamento della tensione dolorosa del Cristo sofferente di derivazione gotica, di cui permangono alcuni tratti, e l’assimilazione degli schemi figurativi dei Crocifissi rinascimentali toscani attraverso un linguaggio che lo apparenta a modelli lombardi della cerchia di Ugolino e Baldino di Surso o di Jacopo del Maino, attivi soprattutto nel pavese nel secondo e terzo quarto del XV secolo.
 
Il Crocifisso presenta una posizione quasi assiale del corpo, il capo reclinato sulla spalla destra, le ginocchia piagate lievemente flesse a formare un angolo più marcato quello destro, il piede destro sovrapposto al sinistro in modo da divaricare le gambe che appaiono corte e leggermente sproporzionate rispetto al busto. I capelli, fluenti, sono resi in modo sommario e sulla sottile corona di spine originaria ne è stata sovrapposta una più tarda.
 
Il volto, incorniciato dalla barba scura e contratto dallo spasimo della morte, con la fronte e le guance punteggiate da gocce di sangue, gli occhi socchiusi, il naso sottile e la bocca semiaperta, rimanda all’iconografia del Crocifisso gotico doloroso, in Sardegna fortemente segnata dal Cristo di Nicodemo di Oristano, di origine catalana e datato attorno alla metà del Quattrocento (A. Sari). Ma pur nella stilizzata resa anatomica del busto e della muscolatura di spalle e braccia, con la fragile attaccatura degli omeri, così come nella resa schematica del panneggio del perizoma, privo di ondulazioni lineari di matrice gotica, si scorge un tentativo di ricerca plastica che rivela la conoscenza della scultura toscano-quattrocentesca e un processo di depurazione della tematica tardo-gotica analogo a quello caratteristico della scultura lignea lombarda della seconda metà del secolo.
 
Si ipotizza che sia della bottega pavese del Maino e sia stato portato a Sassari, alla fine del XV o nella prima metà del XVI secolo. Altri vorrebbero fosse “opera di ignoto intagliatore popolaresco sardo del secolo XVII” (cfr. scheda della Sovrintendenza Beni AA.)
 
Altezza m. 1,60 – apertura delle braccia m. 1,00.
 

Cappella della Madonna

 
I lavori di adattamento dalle strutture del monastero femminile a quelle del convento francescano sono datate dal 1467. Il ritrovamento del Simulacro della Madonnina (1472) ha dato inizio alle opere di ampliamento della chiesa con l’apertura sulla sinistra della navata, appena oltre l’ingresso principale, per costruire una cappella che custodisse il Simulacro.
 
La cappella conserva la struttura originaria: pianta rettangolare coperta con una grande volta a crociera, le cui venature s’innalzano da semicolonne addossate agli angoli, scaricando la loro tensione nella chiave centrale che si prolunga in una gemma pendula. L’arco di accesso a sesto acuto è impostato su pilastri polistili con capitelli scolpiti. A questi ultimi è affidata la narrazione figurata della storia della Salvezza attraverso l’Incarnazione di Cristo, localizzandola e fondendo la dottrina teologica alla cronaca locale.
 
Gesù Bambino sulle ginocchia della madre appare scolpito nella gemma della crociera, come coronamento del discorso teologico. L’immagine è circondata dal cordiglio francescano con sei nodi (i tre voti di povertà, castità e obbedienza “iterati”) e un festone più esterno di pampini e grappoli d’uva, simboli allusivi al sacrificio salvifico della redenzione. Nei capitelli sono raffigurati, cominciando da quello di sinistra e dall’esterno, un angelo annunziante, inginocchiato, con un giglio, o la verga del messaggero celeste nella mano sinistra, mentre con la destra levata sottolinea le parole di saluto; seguito, in corrispondenza della prima semicolonna del piedritto, da uno stemma racchiuso nel cingolo francescano. In esso, appartenente forse ad una famiglia sassarese, campeggia un leone accosciato davanti ad un albero sulle cui fronde posa un’aquila. Pur avendo gli stessi attributi di quello dei Brunengo, Sussarello, Deliperi e Mereu, se ne discosta, poiché il leone non appare rampante e l’aquila non ha le ali spiegate.
 
Dopo una foglia d’invidia ricciolina, sulla semicolonna centrale è S. Paolo che sotto il vasto mantello stinge con la destra la spada, simbolo e del suo martirio e dello stile tagliente delle sue Epistole, e con la sinistra il libro delle Lettere. Poi, lasciato un altro elemento vegetale, troviamo un lupo che tiene con le zampe un agnello. La fiera con collare e guinzaglio, e perciò addomesticata, vorrebbe richiamare il versetto messianico di Isaia: “Il lupo dimorerà insieme all’agnello”.
 
Nel capitello a destra, iniziando dall’esterno, è scolpita la Vergine che inginocchiata ascolta le parole dell’angelo, mentre davanti a Lei, su un leggìo, è la Bibbia aperta, secondo l’iconografia mariana, al passo del profeta: “Ecco la Vergine concepirà”.
 
A sinistra, uno stemma inscritto nel cordiglio francescano con un cane rampante e sullo sfondo una pianta con un volatile ad ali spiegate. Si tratta, forse, dello stemma dell’arcivescovo Antonio Cano (“il canis fidelis” col collare e l’aquila che spicca il volo in cielo o che scruta , in segno di vigilanza, i pericoli del gregge a lui affidato come Vescovo).
 
Al centro, sotto l’arcata, è S. Pietro, seduto sul trono, con nella mano destra le chiavi, simboli del mandato apostolico, e, nella sinistra, il Libro della Parola di Dio da custodire.
 
Chiude la serie, infine, una pianta di melone con il suo grosso frutto, allussivo, forse, all’omonima potente famiglia sassarese (Cambule Melone, esponente politico del tempo).
 
Sono decorati i capitelli che sostengono la nervatura della crociera. Quello di destra mostra il busto di un angelo, e, all’incontro con la parete dell’arcata d’ingresso, una piccola croce; l’altro di sinistra, una frate con le mani alzate. La tradizione orale del ritrovamento del Simulacro della Madonna racconta che il fatto sarebbe avvenuto nel mese di settembre. A settembre S. Francesco, per la devozione alla passione del Signore, si ritirava sul monte della Verna, per celebrare solennemente la festa della Santa Croce (14 settembre). Nell’anno 1224, in questa occasione, durante la notte di preghiera, un angelo alato venne incontro al Santo e gli impresse le stigmate della Passione di Gesù, nelle mani e nei piedi e sul costato, come segno di risposta da parte di Gesù a S. Francesco desideroso di essere partecipe della sofferenza della Passione. L’anonimo artista ha voluto così collegare le due date: fissare nel tempo il fatto eccezionale avvenuto a Sassari in quel famoso mese di settembre durante la predicazione del beato Bernardino da Feltre.
 
I capitelli dal punto di vista didascalico vorrebbero leggere le vicende del ritrovamento del Simulacro della Madonna in questo modo: l’Angelo Gabriele apparve alla Madonna in preghiera nella chiesa di S. Pietro, essendo vescovo di Sassari, mons. Antonio Cano; Sindaco, Cambule Meloni. L’avvenimento ha portato nella chiesa di Sassari lo spirito di pace promesso nelle parole del profeta Isaia.
 
Secondo la notizia del Costa, l’altare ligneo dorato fu sostituito, nel 1822, con un altare di stucco. Il piccolo presbiterio sarebbe stato ampliato, come si rileva dai lavori eseguiti nel 1920, di circa due metri di profondità. L’arco trionfale e i pilastri di sostegno hanno sezione rettangolare a spigoli vivi. I capitelli rivelano i simboli del ritrovamento del Simulacro. In quello a sinistra di chi guarda, vi è una corona da regina sopra un cuscino; in quello  a destra, una colonna spezzata ed una campana, nella quale è impressa l’iniziale del nome: Maria.
 
Nel 1920 il piccolo presbiterio è stato ampliato, dando origine ad una seconda cappella rettangolare, con le pareti laterali a filo con quelle della antistante quattrocentesca, e coperta da un’ampia volta a vela cui se ne giustappone, verso il fondo, un’altra a botte. Gli inventari del 1742, conservati presso la Biblioteca Universitaria (cart.620), parlano di un retablo ligneo con due nicchie dove erano esposte la Madonna del fico ed il Simulacro della Madonna delle Grazie.
 
La cappella, già modificata nel secolo XIX quando la descrisse il Costa, ha subito ulteriori trasformazioni che hanno comportato la sostituzione dell’altare di stucco con l’attuale altare di marmo, opera dei fratelli Andrea e Antonio Usai di Sassari, per celebrare l’incoronazione della Madonna, 9 magio 1909, ed il rimaneggiamento dell’arco di accesso e del monumento funebre di don Jayme. Dalla raffigurazione fatta dal Costa, l’arco a sesto acuto era retto da pilastri a pianto rettangolare, oggi scomparsi con i due capitelli decorativi allusivi al ritrovamento del Simulacro. La cancellata seicentesca, in ferro battuto, è rimasta immutata; l’attuale secondo gradino  - in pietra forte – è originale, ed era unico. Il piano della prima cappella è stato abbassato, a livello della navata centrale, nei lavori di ripristino del 1960.
 
Il monumento funebre ha subito notevoli danni nelle varie trasformazioni: è stato privato dell’edicola classicistica sormontata dal timpano spezzato con al centro lo stemma dei Manca affiancato a quello dei Castelvy.
 
Sul lato opposto è collocata la lapide funeraria, che doveva originariamente avere una posizione diversa. Nella lapide sono affiancati due stemmi dei Manca, uno sormontato dall’elmo equestre e dei Castelvy con la corona marchionale.




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