Madonna delle Grazie - San Pietro

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Storia
LA PROMESSA DI MONS. MAZZOTTI: IL VOTO

     La sera del lunedi, 10 giugno 1940, all’ora di cena, Mons. Mazzotti, venne in Convento come solitamente facevo nella sua passeggiata quotidiana. A refettorio, tutti i Frati erano storditi per la dichiarazione di guerra che aveva fatto nel primo pomeriggio. Prof. Salvatore Marras, medico del Convento, vestito ancora della divisa di gerarca, col suo discorso sulla durata brevissima della guerra, cercava di rasserenare gli animi. Mons. Mazzotti fu profeta con la sua frase triste in contrasto con l’atmosfera conviviale. “Queste cose si sa quando iniziano – disse – non si sa mai come e quando finiscono”.
La guerra si faceva sentire ogni giorno, quando il treno – tradotta militare trasportava i soldati alle nuove destinazioni. Verso le ore 17, ogni giorno, mentre il treno iniziava il suo viaggio, i lamenti e le grida di pianto sia delle mamme, delle spose e dei figli che salutavano i partenti richiamati in servizio militare, straziava il cuore di chi, vedendo quelle scene quotidiane pensava a quanti non sarebbero tornati o tornarono feriti e mutilati.
I rappresentanti volontari dell’U.N.P.A. (Unione nazionale protezione antiaerea), la notte circolavano in tutti i quartieri della città e i “capi-fabbricato” urlavano se vedevano qualche spiraglio di luce attraverso le fessure o la chiusura di una finestra, gli interessati rispondevano alla sassarese con frasi che non è il caso di ripetere.
Per tutta la durata della guerra i Sassaresi si preoccupavano della irreperibilità delle parche razioni alimentari previste dalle  “carte annonarie”, meno che le bombe dei nemici potessero dilaniare la città.
Arrivò il 1943, anno nel quale ogni sorriso divenne amaro. E venne anche il maggio, di quell’anno fatale che fugò decisamente ogni superstite illusione sulla guerra, sulle sue conseguenze e sulla sua conclusione. Fu il maggio dei bombardamenti. La distruzione di Cagliari cominciata già dal mese di febbraio, senza discriminazione di cose e persone mutò il clima rendendolo più cupo, più attento ai pericoli e più timoroso.
Marco Coni e Francesco Serra nel volume  “La portaerei del Mediterraneo”, edizione della Torre e finito di stampare presso la Tipografia Gallizzi nel 1982, hanno pagine documentate del pericolo che incombeva sulla città di Sassari.
Il 14 maggio 1943, quando ancora non erano spenti gli incendi divampati a Cagliari nel bombardamento del 13 maggio, numerose formazioni si avvinavano alla Sardegna: oltre al colpo durissimo inferto al capoluogo, il Comando Alleato intendeva far seguire attacchi contro altri punti nevralgici dell’Isola.
Così dalle 12 alle 12,30 decollarono tre squadroni composti da 14 velivoli P 38: il 27°, il 71°, ed il 94°. La formazione del 27° Squadrone composta da 14 velivoli P 38, di cui uno rientrò, si diressero ad attaccare il “tunnel” di Bonorva per interrompere la ferrovia. Non riuscendo a localizzare l’obiettivo proseguirono verso bersagli secondari ed occasionali. A qualche miglio a nord del tunnel fu avvistato un treno; uno degli apparecchi si abbassò per mitragliare il convoglio sfiorando quasi il terreno, non riuscì a riprendersi, rimbalzò al suolo e ricadde esplodendo avvolto in una fiammata. Puntando sempre verso il settentrione, alle 14 in punto, sei apparecchi lanciarono le loro grosse bombe da 1000 libbre contro l’imboccatura del “tunnel” della linea ferroviaria a sud-ovest di Sassari: la linea  fu interrotta e la galleria rimase bloccata in parte.
I dodici incursori, quindi, non troppo alti, si avvicinarono da nord – est alla Città dopo un’ampia virata. A Sassari l’allarme era squillato da parecchi minuti, ma come sempre i cittadini speravano in un nulla di fatto. Le strade erano deserte; nel silenzio di quella lunga attesa si udì il rombo lontano che mano a mano cresceva, diventando fragoroso. Dalla formazione che sorvolava l’abitato a una quota di 4000 piedi (1,200 metri), si staccò un apparecchio, seguito poi da altri tre.
“La pattuglia, in leggera picchiata, puntò contro la Stazione ferroviaria. Una grossa bomba, sganciata dal primo velivolo, s’infilò quasi in posizione orizzontale nella parete del vasto fabbricato viaggiatori, all’esplosione ne seguirono altre tre nella cinta ferroviaria; quando fumo e nuvole di polvere si diradarono, l’edificio presentava un largo squarcio al centro e, nello scalo devastato, binari contorti e vagoni rovesciati e sventrati formavano un intrico di ferraglia in mezzo al quale giacevano i corpi di alcune vittime. Erano le 14,10”
Vittima di quel bombardamento è Giovanni Roccu, nato a Burgos (SS), il 27.4.1898, ferroviere militarizzato. Il suo nome viene ricordato nella lapide funeraria nel cimitero di Cagliari tra i ferrovieri morti in servizio.
Un’altra vittima di quel bombardamento è Giuseppe Pittalis (Meuccio), che nel 1943 era un ragazzo, ferroviere. Gli operai, una quarantina, corsero ai rifugi per ripararsi: vi erano, nel cavalcavia di Santa Maria, due ponticelli, uno più ampio dell’altro. Pittalis con Giovanni Pala si infilarono in quello più stretto cercando di spingersi quanto possibile per la ristrettezza dello spazio rispetto al numero degli operai. In quei minuti di silenzio, aveva detto: “cercate di spingervi ancora più avanti”, poi il sibilo della bomba sganciata ed il fragore dello scoppio.
Il risveglio avvenne nel lettino dell’Ospedale Militare in Via dei Mille. Una grossa ferita alla testa con 17 punti di sutura, il ginocchio sinistro con fratture fasciate in modo vistoso. Poi il calvario con le visite dei genitori che, a piedi, venivano da Tissi dove erano sfollati per vedere le sofferenze del ragazzo. La prognosi per le ferite alla testa fu benigna, non così per il ginocchio. Il colonello Dettori, parlando col ragazzo, avanzò l’ipotesi della possibile amputazione dell’arto per evitare la cancrena. Al babbo fu detto che avrebbe dovuto preparare il giovane al grave trauma; la mamma impietrita dal dolore ascoltava tutto, mentre il giovane protestava col babbo che non voleva perdere la gamba anche se – dicevano – era necessario per salvare la vita. Fu così che i genitori, rientrando a Tissi, passavano in Santuario davanti alla Madonnina delle Grazie. Quali discorsi facesse la mamma di Meuccio Pittalis in quei momenti davanti al Simulacro è facile immaginario, mentre il padre in silenzio, frenava le emozioni per il dolore del figlio. Il ragazzo con la speranza nella Madonna spinse il padre a firmare il foglio di uscita, sotto la sua personale responsabilità ed il giovane non ebbe la gamba amputata. Riuscì a riprendere il lavoro e superare il tempo della prova (dieci anni, allora, secondo le leggi del lavoro) per passare effettivo e non perdere il posto.
La nostra cronaca conventuale ricorda ancora il 20 maggio 1943, quando fu colpito il nostro Convento. Un ricognitore aereo sorvolò la città di Sassari, verso mezzogiorno. Dal palazzotto, detto Lu Regnu, dove era piazzata una mitraglia antiaerea della Milmart, partirono delle raffiche. Il tanto da richiamare con una rapida virata l’aereo incursore che lasciò cadere un grappolo di spezzoni incendiari sul nostro Convento, proprio sulla quinta camera, provocando un incendio che, fortunatamente, i vigili del fuoco, accorsi tempestivamente, poterono spegnere limitando i danni.
Mons. Arcangelo Mazzotti, mentre altrove la distruzione lasciava desolati, vedendo che il suo “gregge” correva pericolo non poteva stare inerte. Già nei mesi precedenti, con lettere sue personale destinate ai fedeli sul settimanale “LIBERTA’” della diocesi, invitata i fedeli ad intensificare la preghiera ed il ritorno ad una vita cristiana più viva e sentita. Nella sua immensa fede fece trasferire il Simulacro della Madonna delle Grazie in Duomo per un ciclo di preghiere dopo i tre bombardamenti (citati nei bollettini di guerra) che nel giro di poche settimane, a maggio, avevano creato in Sardegna lutti e disastri, ed avevano destato da ogni illusione anche i più restii a correre nei rifugi quando la sinistra sirena d’allarme avvertiva che il pericolo dell’incursione aerea nemica era incombente. In Duomo il nostro confratello, Padre Teofilo Sestu, predicò durante una settimana di preghiere molto frequentata e appassionata, appassionata quanto sa essere la fede popolare allorchè un pericolo più forte dell’umana volontà minaccia la tranquillità di tutti e l’incolumità stessa delle persone e delle cose.
Il ciclo annuale delle devozioni sassaresi era compromesso: la “festa manna” di Sassari, la “discesa” dei Candelieri era sospesa. Una precisa disposizione della Questura vietava ogni e qualsiasi tipo di assembramento. Da quando le mitraglie degli aerei nemici si erano affiancate alle bombe, la gente a terra nelle città – fossero o non fossero obiettivi militari – veniva presa di mira dai mitragliatori del cielo, fosse anche costituita da bambini che uscissero dall’asilo. La gente era sfollata da Sassari, anche per le nuove e continue pressioni esercitate dalle Autorità che si erano rese conto della nuova piega assunta dall’immane conflitto.
Quell’ultima memoranda domenica di maggio seguiva alla caduta della seconda bomba in città: in quel giorno si concludeva il ciclo di preghiere nel Duomo per implorare dalla Madonna la protezione sulla città contro il pericolo dei bombardamenti dall’aria. Si doveva riportare processionalmente il venerato Simulacro al Santuario di San Pietro. La ferrea ordinanza del Questore: ogni assembramento era vietato. Alle poche decine di persone che stavano ai piedi della Madonna, l’Arcivescovo spiegava: “L’Autorità non permette che si faccia la processione per riaccompagnare nella sua dimora il Simulacro di Nostra Signora delle Grazie, perché ogni assembramento è vietato per evitare stragi in caso di incursioni aeree. Quindi ho disposto che il Simulacro venga trasportato a spalla dai vostri parroci che rappresentano i fedeli di tutta la città, senza corteo. Vuol dire che se la Madonna salverà la città a Lei dedicata e devota dai bombardamenti, ogni anno per sempre, ogni sabato precedente l’ultima domenica di maggio, Nostra Signora verrà al Duomo ove confluiranno i pellegrini da tutte le parrocchie e la sera della domenica, con l’accompagnamento del Vescovo turritano e di tutto il clero, oltre al popolo, il Simulacro sarà accompagnato al Santuario di San Pietro in una solenne processione, quella che oggi non possiamo fare.”
Questa la sostanza, se non proprio il testo autentico, delle parole dette in quel pomeriggio domenicale dal grande Frate che per trent’anni governò la nostra Diocesi. Comunque, lì per lì, la formulazione del voto apparve a molti un’improvvisazione o meglio una ispirazione improvvisa.
Il “voto” venne rispettato fin dall’anno successivo, il 1944, e in seguito il voto fu consacrato in un Decreto. Quel Decreto di Mons. Mazzotti è un documento di singolare interesse per la storia contemporanea di Sassari. La improvvisa ispirazione dell’Arcivescovo vi è suggellata dalle testimonianze raccolte presso le Autorità Militari Anglo-Americane, dopo l’occupazione seguita all’armistizio dell’8 settembre seguito di poco a quella memorabile domenica di maggio.
Le testimonianze più importanti vennero fornite, da qualcuno degli stessi piloti che avevano ricevuto l’incarico di bombardare Sassari a tappeto. Risultò così che per ben tre volte l’Alto Comando Alleato aveva deciso la distruzione di Sassari dopo quella di Cagliari e di Alghero. Una prima volta la formazione destinata a quest’azione fu fermata da una tempesta; la seconda volta ricevette in volo l’ordine di dirottamento verso altro obiettivo; infine la terza volta coincise con la promulgazione dell’armistizio.
“La Madonna ha mantenuto la parola”, disse Mons. Mazzotti, “adesso manteniamo la nostra”. E firmò il Decreto che istituiva “in perpetuo” il voto della cittadinanza sassarese alla sua Patrona, la minuscola Nostra Signoredda, testimone della vetusta Silki dello sviluppo e del prosperare di quella città di Sassari che, già legata da un voto plurisecolare a Nostra Signora, sotto il titolo dell’Assunta, oggi rinnovava la devozione nel titolo, già da secoli anch’esso virtualmente vivo delle “Grazie”.
Ora la solenne promessa a Nostra Signora delle Grazie è diventata per il popolo “la Festa del Voto” e un corteo popolare immenso riaccompagna ogni anno, al tramonto dell’ultima domenica di maggio, il minuscolo Simulacro (ora portato a spalla dai Vigili del fuoco in grande uniforme) alla Sua dimora dalla quale ancora la vista può correre sul verde della campagna e più in qua sulla città arida di cemento. E il Sindaco e la Giunta Comunale accompagnano il Simulacro con il gonfalone della città, come ai Candelieri; è il Sindaco in persona a rinnovare il voto ed a pronunciare la preghiera di ringraziamento alla Vergine. È Sassari, insomma, che si manifesta in uno dei suoi aspetti intimi e schietti.
Quelli che meno si conoscono.LA PROMESSA DI MONS. MAZZOTTI: IL VOTO
     La sera del lunedi, 10 giugno 1940, all’ora di cena, Mons. Mazzotti, venne in Convento come solitamente facevo nella sua passeggiata quotidiana. A refettorio, tutti i Frati erano storditi per la dichiarazione di guerra che aveva fatto nel primo pomeriggio. Prof. Salvatore Marras, medico del Convento, vestito ancora della divisa di gerarca, col suo discorso sulla durata brevissima della guerra, cercava di rasserenare gli animi. Mons. Mazzotti fu profeta con la sua frase triste in contrasto con l’atmosfera conviviale. “Queste cose si sa quando iniziano – disse – non si sa mai come e quando finiscono”.
La guerra si faceva sentire ogni giorno, quando il treno – tradotta militare trasportava i soldati alle nuove destinazioni. Verso le ore 17, ogni giorno, mentre il treno iniziava il suo viaggio, i lamenti e le grida di pianto sia delle mamme, delle spose e dei figli che salutavano i partenti richiamati in servizio militare, straziava il cuore di chi, vedendo quelle scene quotidiane pensava a quanti non sarebbero tornati o tornarono feriti e mutilati.
I rappresentanti volontari dell’U.N.P.A. (Unione nazionale protezione antiaerea), la notte circolavano in tutti i quartieri della città e i “capi-fabbricato” urlavano se vedevano qualche spiraglio di luce attraverso le fessure o la chiusura di una finestra, gli interessati rispondevano alla sassarese con frasi che non è il caso di ripetere.
Per tutta la durata della guerra i Sassaresi si preoccupavano della irreperibilità delle parche razioni alimentari previste dalle  “carte annonarie”, meno che le bombe dei nemici potessero dilaniare la città.
Arrivò il 1943, anno nel quale ogni sorriso divenne amaro. E venne anche il maggio, di quell’anno fatale che fugò decisamente ogni superstite illusione sulla guerra, sulle sue conseguenze e sulla sua conclusione. Fu il maggio dei bombardamenti. La distruzione di Cagliari cominciata già dal mese di febbraio, senza discriminazione di cose e persone mutò il clima rendendolo più cupo, più attento ai pericoli e più timoroso.
Marco Coni e Francesco Serra nel volume  “La portaerei del Mediterraneo”, edizione della Torre e finito di stampare presso la Tipografia Gallizzi nel 1982, hanno pagine documentate del pericolo che incombeva sulla città di Sassari.
Il 14 maggio 1943, quando ancora non erano spenti gli incendi divampati a Cagliari nel bombardamento del 13 maggio, numerose formazioni si avvinavano alla Sardegna: oltre al colpo durissimo inferto al capoluogo, il Comando Alleato intendeva far seguire attacchi contro altri punti nevralgici dell’Isola.
Così dalle 12 alle 12,30 decollarono tre squadroni composti da 14 velivoli P 38: il 27°, il 71°, ed il 94°. La formazione del 27° Squadrone composta da 14 velivoli P 38, di cui uno rientrò, si diressero ad attaccare il “tunnel” di Bonorva per interrompere la ferrovia. Non riuscendo a localizzare l’obiettivo proseguirono verso bersagli secondari ed occasionali. A qualche miglio a nord del tunnel fu avvistato un treno; uno degli apparecchi si abbassò per mitragliare il convoglio sfiorando quasi il terreno, non riuscì a riprendersi, rimbalzò al suolo e ricadde esplodendo avvolto in una fiammata. Puntando sempre verso il settentrione, alle 14 in punto, sei apparecchi lanciarono le loro grosse bombe da 1000 libbre contro l’imboccatura del “tunnel” della linea ferroviaria a sud-ovest di Sassari: la linea  fu interrotta e la galleria rimase bloccata in parte.
I dodici incursori, quindi, non troppo alti, si avvicinarono da nord – est alla Città dopo un’ampia virata. A Sassari l’allarme era squillato da parecchi minuti, ma come sempre i cittadini speravano in un nulla di fatto. Le strade erano deserte; nel silenzio di quella lunga attesa si udì il rombo lontano che mano a mano cresceva, diventando fragoroso. Dalla formazione che sorvolava l’abitato a una quota di 4000 piedi (1,200 metri), si staccò un apparecchio, seguito poi da altri tre.
“La pattuglia, in leggera picchiata, puntò contro la Stazione ferroviaria. Una grossa bomba, sganciata dal primo velivolo, s’infilò quasi in posizione orizzontale nella parete del vasto fabbricato viaggiatori, all’esplosione ne seguirono altre tre nella cinta ferroviaria; quando fumo e nuvole di polvere si diradarono, l’edificio presentava un largo squarcio al centro e, nello scalo devastato, binari contorti e vagoni rovesciati e sventrati formavano un intrico di ferraglia in mezzo al quale giacevano i corpi di alcune vittime. Erano le 14,10”
Vittima di quel bombardamento è Giovanni Roccu, nato a Burgos (SS), il 27.4.1898, ferroviere militarizzato. Il suo nome viene ricordato nella lapide funeraria nel cimitero di Cagliari tra i ferrovieri morti in servizio.
Un’altra vittima di quel bombardamento è Giuseppe Pittalis (Meuccio), che nel 1943 era un ragazzo, ferroviere. Gli operai, una quarantina, corsero ai rifugi per ripararsi: vi erano, nel cavalcavia di Santa Maria, due ponticelli, uno più ampio dell’altro. Pittalis con Giovanni Pala si infilarono in quello più stretto cercando di spingersi quanto possibile per la ristrettezza dello spazio rispetto al numero degli operai. In quei minuti di silenzio, aveva detto: “cercate di spingervi ancora più avanti”, poi il sibilo della bomba sganciata ed il fragore dello scoppio.
Il risveglio avvenne nel lettino dell’Ospedale Militare in Via dei Mille. Una grossa ferita alla testa con 17 punti di sutura, il ginocchio sinistro con fratture fasciate in modo vistoso. Poi il calvario con le visite dei genitori che, a piedi, venivano da Tissi dove erano sfollati per vedere le sofferenze del ragazzo. La prognosi per le ferite alla testa fu benigna, non così per il ginocchio. Il colonello Dettori, parlando col ragazzo, avanzò l’ipotesi della possibile amputazione dell’arto per evitare la cancrena. Al babbo fu detto che avrebbe dovuto preparare il giovane al grave trauma; la mamma impietrita dal dolore ascoltava tutto, mentre il giovane protestava col babbo che non voleva perdere la gamba anche se – dicevano – era necessario per salvare la vita. Fu così che i genitori, rientrando a Tissi, passavano in Santuario davanti alla Madonnina delle Grazie. Quali discorsi facesse la mamma di Meuccio Pittalis in quei momenti davanti al Simulacro è facile immaginario, mentre il padre in silenzio, frenava le emozioni per il dolore del figlio. Il ragazzo con la speranza nella Madonna spinse il padre a firmare il foglio di uscita, sotto la sua personale responsabilità ed il giovane non ebbe la gamba amputata. Riuscì a riprendere il lavoro e superare il tempo della prova (dieci anni, allora, secondo le leggi del lavoro) per passare effettivo e non perdere il posto.
La nostra cronaca conventuale ricorda ancora il 20 maggio 1943, quando fu colpito il nostro Convento. Un ricognitore aereo sorvolò la città di Sassari, verso mezzogiorno. Dal palazzotto, detto Lu Regnu, dove era piazzata una mitraglia antiaerea della Milmart, partirono delle raffiche. Il tanto da richiamare con una rapida virata l’aereo incursore che lasciò cadere un grappolo di spezzoni incendiari sul nostro Convento, proprio sulla quinta camera, provocando un incendio che, fortunatamente, i vigili del fuoco, accorsi tempestivamente, poterono spegnere limitando i danni.
Mons. Arcangelo Mazzotti, mentre altrove la distruzione lasciava desolati, vedendo che il suo “gregge” correva pericolo non poteva stare inerte. Già nei mesi precedenti, con lettere sue personale destinate ai fedeli sul settimanale “LIBERTA’” della diocesi, invitata i fedeli ad intensificare la preghiera ed il ritorno ad una vita cristiana più viva e sentita. Nella sua immensa fede fece trasferire il Simulacro della Madonna delle Grazie in Duomo per un ciclo di preghiere dopo i tre bombardamenti (citati nei bollettini di guerra) che nel giro di poche settimane, a maggio, avevano creato in Sardegna lutti e disastri, ed avevano destato da ogni illusione anche i più restii a correre nei rifugi quando la sinistra sirena d’allarme avvertiva che il pericolo dell’incursione aerea nemica era incombente. In Duomo il nostro confratello, Padre Teofilo Sestu, predicò durante una settimana di preghiere molto frequentata e appassionata, appassionata quanto sa essere la fede popolare allorchè un pericolo più forte dell’umana volontà minaccia la tranquillità di tutti e l’incolumità stessa delle persone e delle cose.
Il ciclo annuale delle devozioni sassaresi era compromesso: la “festa manna” di Sassari, la “discesa” dei Candelieri era sospesa. Una precisa disposizione della Questura vietava ogni e qualsiasi tipo di assembramento. Da quando le mitraglie degli aerei nemici si erano affiancate alle bombe, la gente a terra nelle città – fossero o non fossero obiettivi militari – veniva presa di mira dai mitragliatori del cielo, fosse anche costituita da bambini che uscissero dall’asilo. La gente era sfollata da Sassari, anche per le nuove e continue pressioni esercitate dalle Autorità che si erano rese conto della nuova piega assunta dall’immane conflitto.
Quell’ultima memoranda domenica di maggio seguiva alla caduta della seconda bomba in città: in quel giorno si concludeva il ciclo di preghiere nel Duomo per implorare dalla Madonna la protezione sulla città contro il pericolo dei bombardamenti dall’aria. Si doveva riportare processionalmente il venerato Simulacro al Santuario di San Pietro. La ferrea ordinanza del Questore: ogni assembramento era vietato. Alle poche decine di persone che stavano ai piedi della Madonna, l’Arcivescovo spiegava: “L’Autorità non permette che si faccia la processione per riaccompagnare nella sua dimora il Simulacro di Nostra Signora delle Grazie, perché ogni assembramento è vietato per evitare stragi in caso di incursioni aeree. Quindi ho disposto che il Simulacro venga trasportato a spalla dai vostri parroci che rappresentano i fedeli di tutta la città, senza corteo. Vuol dire che se la Madonna salverà la città a Lei dedicata e devota dai bombardamenti, ogni anno per sempre, ogni sabato precedente l’ultima domenica di maggio, Nostra Signora verrà al Duomo ove confluiranno i pellegrini da tutte le parrocchie e la sera della domenica, con l’accompagnamento del Vescovo turritano e di tutto il clero, oltre al popolo, il Simulacro sarà accompagnato al Santuario di San Pietro in una solenne processione, quella che oggi non possiamo fare.”
Questa la sostanza, se non proprio il testo autentico, delle parole dette in quel pomeriggio domenicale dal grande Frate che per trent’anni governò la nostra Diocesi. Comunque, lì per lì, la formulazione del voto apparve a molti un’improvvisazione o meglio una ispirazione improvvisa.
Il “voto” venne rispettato fin dall’anno successivo, il 1944, e in seguito il voto fu consacrato in un Decreto. Quel Decreto di Mons. Mazzotti è un documento di singolare interesse per la storia contemporanea di Sassari. La improvvisa ispirazione dell’Arcivescovo vi è suggellata dalle testimonianze raccolte presso le Autorità Militari Anglo-Americane, dopo l’occupazione seguita all’armistizio dell’8 settembre seguito di poco a quella memorabile domenica di maggio.
Le testimonianze più importanti vennero fornite, da qualcuno degli stessi piloti che avevano ricevuto l’incarico di bombardare Sassari a tappeto. Risultò così che per ben tre volte l’Alto Comando Alleato aveva deciso la distruzione di Sassari dopo quella di Cagliari e di Alghero. Una prima volta la formazione destinata a quest’azione fu fermata da una tempesta; la seconda volta ricevette in volo l’ordine di dirottamento verso altro obiettivo; infine la terza volta coincise con la promulgazione dell’armistizio.
“La Madonna ha mantenuto la parola”, disse Mons. Mazzotti, “adesso manteniamo la nostra”. E firmò il Decreto che istituiva “in perpetuo” il voto della cittadinanza sassarese alla sua Patrona, la minuscola Nostra Signoredda, testimone della vetusta Silki dello sviluppo e del prosperare di quella città di Sassari che, già legata da un voto plurisecolare a Nostra Signora, sotto il titolo dell’Assunta, oggi rinnovava la devozione nel titolo, già da secoli anch’esso virtualmente vivo delle “Grazie”.
Ora la solenne promessa a Nostra Signora delle Grazie è diventata per il popolo “la Festa del Voto” e un corteo popolare immenso riaccompagna ogni anno, al tramonto dell’ultima domenica di maggio, il minuscolo Simulacro (ora portato a spalla dai Vigili del fuoco in grande uniforme) alla Sua dimora dalla quale ancora la vista può correre sul verde della campagna e più in qua sulla città arida di cemento. E il Sindaco e la Giunta Comunale accompagnano il Simulacro con il gonfalone della città, come ai Candelieri; è il Sindaco in persona a rinnovare il voto ed a pronunciare la preghiera di ringraziamento alla Vergine. È Sassari, insomma, che si manifesta in uno dei suoi aspetti intimi e schietti.
Quelli che meno si conoscono.
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