Intervista Fabio Rosini - San Pietro

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Pastorale giovanile
 


Evangelizzare i giovani con il loro stesso liguaggio - Intervista a don Fabio Rosini
 
“I Dieci Comandamenti”, formula vincente ideata vent’anni fa e oggi diffusa in molte diocesi italiane
 
 
Evangelizzare i giovani attraverso una catechesi in cui si parla il loro stesso linguaggio. Il piccolo miracolo che avviene ogni lunedì sera a Roma, nell’auditorium del seminario maggiore del complesso del Laterano, ha la firma di Don Fabio Rosini, direttore per il Servizio Vocazioni del vicariato di Roma. Quasi mille giovani provenienti da ogni angolo della Capitale si riuniscono con lui per ascoltare “I Dieci Comandamenti”, formula vincente ideata vent’anni fa da Don Fabio e oggi diffusa in molte diocesi italiane.


Don Fabio quando sono nati i "Dieci Comandamenti"?
"La cosiddetta esperienza sui dieci comandamenti esiste da venti anni. Un'avventura che nel 1993 si è sviluppata a partire dal servizio ai giovani in una parrocchia di Roma, Santa Maria Goretti e oggi è diffusa in sessanta diocesi italiane ed impegna molti sacerdoti e laici. Nei Dieci Comandamenti viene valorizzato il "munus docendi" del sacerdote, il quale non è solo colui che dispensa la grazia sacramentale, e non è solo il responsabile del governo di una comunità cristiana, è anche un maestro della fede. Insieme ai laici che in forza del dono profetico del battesimo lo aiutano, il sacerdote ha come sua caratteristica, certo non unica, ma di certo non occasionale bensì essenziale il saper proporre e formare la fede e la vita cristiana. Ecco, nell'esperienza dei dieci comandamenti, un sacerdote, semplicemente, lo fa".


Da dove ha origine questo percorso?
"Nella logica delle Scritture, dove si scopre la necessità di arrivare all'accoglienza della Grazia sulla base del fallimento della Legge. Il Decalogo diventa un incontro con i parametri della vita, una presa di coscienza del proprio bisogno di salvezza. I ragazzi che fanno questa esperienza vivono un incontro entusiasmante con una verità affascinante a cui non è possibile giungere senza un'apertura alla Grazia di Dio".


Con che tempi si assimila il "viaggio" nel Decalogo?
"Il testo del decalogo e' presentato con molta calma, si impiega più di anno per leggerlo, adoperando un linguaggio non apodittico o impositivo, ma un linguaggio didascalico-sapienziale. I ragazzi sono invitati ad una sapienza che non e' intellettuale ma una sapienza del cuore. Passa per tutte le dimensioni del proprio essere e si avvale di un linguaggio didascalico che aiuta a prendere possesso della bontà della Legge".


Insomma, i Dieci Comandamenti come momento di forte crescita spirituale per i giovani.
"In un'epoca di vuoto di paternità e di crisi dell'autorità, presentare con certezza i parametri della vita ha buon gioco perché dopo tutta la devastazione del relativismo, offrire con chiarezza e con la certezza dell'amore quei parametri, vuol dire aiutare a crescere. Via via i giovani che ascoltano i Dieci Comandamenti ricevono i parametri degli aspetti più disparati della loro esistenza e pervengono all'accensione di un desiderio nel loro cuore: vivere come dice quella Parola, che non è altro che una radiografia di Gesù Cristo, unico che può compiere la Parola".


L'incontro con la Parola di Dio: il fine della catechesi.
"E' come se i Dieci Comandamenti fossero una Sindone scritturistica che si stampa nel cuore di chi li ascolta e aprono ad una seconda fase che e' la fase operativa della vita cristiana".


E in che cosa consiste?
"Premetto che nessuno è così pazzo da pensare di formare una coscienza in un anno, ma in un anno può emergere il desiderio di essere formati. Nella seconda fase i sacerdoti portano avanti direttamente i Dieci Comandamenti, che devono averli studiati sulla propria pelle. In caso contrario siamo di fronte ad un metodo educativo sterile e astratto. Man mano che il sacerdote riesce a far crescere il cammino della formazione nelle persone a cui si è dedicato, cresce in lui l'esercizio della paternità, e allora - secondo le sue sensibilità e le opportunità pastorali e secondo carità verso coloro che gli sono stati affidati - intraprende un cammino più specifico".


La presenza di centinaia di giovani alla sua catechesi non è il segno che mancano punti di riferimento nelle rispettive parrocchie?
"Per conto mio formo persone che non hanno trovato altrove qualche realtà formativa. Infatti invito sempre a partire dalla propria parrocchia o da un'associazione che li possa formare. Se non la trovano, allora me ne occupo accompagnandoli nel passaggio dalla Legge alla Grazia, sfruttando lo schema del Vangelo di Giovanni sulla falsariga dei segni che lui presenta al suo interno".


Cioè?
"Piano piano, assieme ai miei collaboratori, se i ragazzi che non hanno finito i comandamenti non hanno trovato altrove un luogo di formazione più profonda, li introduciamo alla vita ecclesiale, alle opere di carità, alla evangelizzazione. Ma auspico due cose: che siano valorizzate le realtà già esistenti nella chiesa, ove possibile, e che ogni sacerdote suoni secondo le sue corde. Capita spesso che un sacerdote mi chiami per fare al suo posto i Dieci Comandamenti: questa è fecondazione eterologa ecclesiale perché chiede agli altri ciò che il Padre ha affidato a lui. Ecco perché dico che la lettura del Decalogo non è uno schema ma la condivisione di un'esperienza. Spesso provinciali, vescovi, direttori di uffici pastorali giovanili mi chiedono i sussidi, i materiali, e io rispondo che non servono migliori spartiti ma migliori esecutori..."


Torniamo al linguaggio. La chiesa spesso comunica con difficoltà con le nuove generazioni.
"Perciò bisogna ricorrere al linguaggio didascalico sapienziale, che parla all'altro accordandogli intelligenza. Un giovane non può accettare cose mediocri".


Ha mai pensato di spostare i Dieci Comandamenti sul web dove l'età media coincide in larga parte con il pubblico che si incontra alla sua catechesi.
"Spostare i Dieci Comandamenti sul web significa non avere la consapevolezza di cosa sia un linguaggio. Un linguaggio detta le proprie regole, norme. Fare la catechesi guardando la gente negli occhi e interagendo con essa e' ben diverso da utilizzare un linguaggio piatto e privo di interscambio quale è quello del web, un linguaggio povero e irreale. Faccio un esempio": "Quando dialogo con i fidanzati consiglio loro di non comunicare mai via sms, se non per le comunicazioni più stringenti, perché quei pochi caratteri a disposizione possono creare malintesi se utilizzati come comunicazione reale. Quel contatto resta virtuale. Allo stesso modo mai si potranno celebrare sacramenti via web perché il contatto personale non si potrà mai bypassare.


Don Fabio concludo con una lezione che lei ribadisce spesso durante le sue catechesi. Quella di non aggrapparsi ad idoli nella propria vita. Ma lei ha mai avvertito il rischio di diventare un idolo per molti giovani?
"Certo che c'è il rischio! Bisogna sottrarsi a questo tipo di rapporto. I Dieci Comandamenti durano un anno e attraverso di essi si contribuisce alla maturazione delle persone. Al termine di questo anno io cerco di uscire rapidamente dalla loro vita. E' una regola che mi sono dato. Se posso. Perché, come ho già detto, molti poi non trovano niente, e allora, in una forma molto meno invasiva, con una mia presenza molto meno rilevante, facciamo l'esperienza del passaggio alla Grazia. Ma se prendo uno spazio nella vita altrui, in quel tempo che dovrà comunque restare limitato, è perché si constata un'assenza, una latitanza da parte di altri. Il successo dei Dieci Comandamenti è dovuto anche all'assenza di punti di riferimento. Non a caso i sacerdoti che li fanno hanno buoni esiti. Personalmente non immagino che conquistino chissà che spazio, ma che fungano da fomite per fare crescere un giovane, una persona: devono essere importanti, ma mai concepiti come totem".
 
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